FUORI BORDO

Aula universitaria, giorno.
Grande convegno pieno di convenuti, lacche e stucchi accademici.
Ci sono psichiatri in posa psichiatrica, da tutta l'Italia e fuori.
L'ospite d'onore è una donna, una sciamana d'un luogo inaccessibile degli Urali. La tengono sulla pedana come un pezzo raro, ma lei è dignitosa e immobile nelle mani intrecciate e gli occhi stretti. Ha capelli striati, un abito di stoffa incomprensibile, scarpe non sue. Qualcuno traduce ogni cosa che viene detta in una lingua un po' brusca, con molte consonanti. Lei ogni tanto chiude gli occhi, con una sorta di calma tigrata.
Il tema del convegno è, più o meno, se esiste una guarigione uguale per tutti. Ma forse era meglio chiedersi se esiste una malattia, uguale per tutti.
Infatti, uno studente scaltro - con molti occhiali e incisivi sporgenti - fa una domanda alla sciamana. La guarda negli occhi - come se si potesse - e le dice: "Ma tu, tu puoi guarirmi?".
Lei finalmente spalanca gli occhi gialli, lo fissa per un attimo lungo un fulmine e gli dice lentamente: "No, non posso guarirti. Perché tu e io non abbiamo le stesse parole".
Rispolvero questo vecchio ricordo perché oggi - un oggi piuttosto lungo, in effetti, visto che è cominciato da alcuni giorni - pensavo a bordi e traduzioni.
Il bordo non esiste. E' un trucco di natura per esaltare le differenze, che sono il cibo del pensiero.
Abbiamo inventato noi i contorni, i con-testi, i sentieri di pietruzze bianche (calcoli, in effetti). L'occhio, quel mentitore cieco, dipinge confini dove ci sono solo contiguità.
Eppure, ci muoviamo tra confini. Ogni linguaggio che confina col nostro richiede traduzione: che sia il muggito delle navi (oggi c'è nebbia spessa sul mare), la sigla del tiggì, il post-it che m'hanno lasciato sul video, il blog vicino di pianerottolo.
Siamo macchine di traduzione: ci muoviamo anfibi per la semiosfera traducendo stimoli, e immaginando linguaggi con i quali parlare degli stimoli, e tradurli ancora, da un linguaggio all'altro.
Tutti a nuotarci vicino, tutti confini.
Dillo a parole tue! ti urlavano, quando eri bambino e cercavi di imparare le parole degli altri, perché formavano i tuoi confini e per muoverti attraverso dovevi tradurle. Parlando con le parole tue non ti capiva nessuno.
Ora nuotiamo pigri per la blogsfera, traducendo incessantemente, insensibilmente ogni increspatura: quel che va perso in traduzione evapora, o s'inabissa, e sarà tradotto da altri. Le semiosfere sono a stretto contatto, l'una con l'altra. Parlano parlano tutto il giorno, traducendosi l'una nell'altra. Una fuga di bolle porta qualcosa verso l'alto, dove sarà tradotto, o evaporerà.
Il punto è avere le stesse parole, da passarsi lungo il bordo.


14 Comments:
gliel'ho già detto, che le parole edificano il mondo?
Sì, e mi sembra molto edificante.
Caspita Franca, il suo post è quasi incommentabile tanto è perfetto! I bordi non debordano, le semisfere com-baciano, gli sciamani sciamano, le virgole si separano e la creatura si con-fonde con la creatrice!
Signora sempre Franca, vedo lo spazio dei significati come un universo rivoltato: freddo al centro, dove tutto è quiete, ed in ebollizione ai margini. Il confronto con i barbari, il ballo lungo il confine, l'inclusione del nuovo creano correnti che rinfrescano la civiltà ed i cervelli. Rivoltiamo costantemente la semiosfera affinchè non diventi rivoltante. Paraponziponzipò. Unsu
Eppure un giorno capiterà anche a lei, non disperi, la bella sensazione di sentirsi CAPITA. Nel mondo, ogni tanto càpita. Nei blog, ogni tanto càpita.
leggera, lieve, garbatamente complessa, profonda, elegante, gentile.
bellissimo squarcio di lei, signorafranca, questo blog.
un sorriso,
giorgia v & il folletto
http://cedellaltro.clarence.com
ps: arrivo qui tramite il blog herzog
Cara Elisabetta, questo sì che è un complimento - e un compimento: il mio blog c'est moi.
Si è rivolto con proprietà al problema dei significati, Unsu. Il senso è una rivolta, un paltò da rovesciare.
MB, che dire: se capita, chissà s' è capìta....
Giorgia & folletto, sono stata da voi, e comincio a credere al blog equo e sostenibile.
sarò franco signora: ceci n'est pas un comment zop
Se il bordo fosse la realtà di ogni esistenza nulla sarebbe confinabile in una grande matassa, ma tutto si tradurrebbe in un filo
Il filo di Arianna?
molto intiresno, grazie
good start
La ringrazio per Blog intiresny
leggere l'intero blog, pretty good
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