Saturday, July 23, 2005

ASTUZIA SIMMETRICA





Forse l'amore è un'astuzia simmetrica: l'astuzia è in quel coprirsi che è uno svelarsi, la simmetria è un sogno allucinato, nella camera di velluto sanguigno che per ognuno di noi è stata l'amore originario, quella in cui non si smette di voler tornare...
Forse l'amore è lo sguardo cristallino e perfettamente vuoto di una fata ignorante, abbrunato da una candela che fa ombra invece che luce...
Forse l'amore è nell'impero delle luci: la notte e quel lampione e il suo cerchio solitario, le finestre calde e, sopra, incongruo, verisimile, il giorno che si allarga placido, azzurro, incomprensibile...
Forse l'amore è nelle notti di Pisa, quando la torre e la piuma si toccano, nel mare d'erba blu mare e sotto il cielo cubico...
Forse l'amore è davvero nei guanti da chirurgo appesi in bell'inclinazione accanto alla testa di gesso dell'arte tutta (e De Chirico la chiamò "Canto d'amore", quella composizione di vuoti, archi e assenze perfettamente ortogonali)...
Forse l'amore è nei sonagli che fioriscono più alti degli edelweiss, nelle locomotive che sgorgano dai caminetti, nelle rose grandi quanto una stanza, nelle coppe grandi quanto una pianura, nel ponte di Eraclito che non scavalca mai la stessa acqua...
Forse l'amore - a vedere Magritte e la sua "Storia centrale", storia dell'ineffabile e del mostruoso, storia dello stupefacente e del definitivo - è la scintilla occasionale, ma attentamente propiziata, che divampa di colpo nell'inestricabile - infiammabile - intrico tra le cose, i puri segni che sono o potrebbero essere, i puri sogni che potrebbero diventare, l'indipanabile errore che le fa esistere, così cieche, opache, resistenti...
Forse l'amore è l'asprezza a olio con cui, dicono, Magritte dipingeva ossessivamente una scena a suo modo primaria: il suicidio della madre, annegata e riemersa, livida, candida, col volto coperto e il corpo nudo...
Forse l'amore è quel nodo alla gola, quella "bellezza convulsiva" che deve prenderci quando osserviamo gli oggetti che cambiano, trascolorano, diventano altro...
Forse l'amore è cedere, docili, alla corrispondenza tra nome e cosa, come di solito alle cose corrispondono i nomi ("uomo che scoppia a ridere", "catapulta del deserto", "fantino perduto", "splendore del temporale", "corda sensibile"), nella vasta voragine d'assurdo che è la realtà...
Forse l'amore è nei continui tradimenti della memoria, quella finzione spietata che ci governa, ci anticipa, ci retroagisce (e la memoria di Magritte è un volto di gesso di tristezza spiovente e severa - fu modellato, dicono, sul volto d'una donna annegata nelle acque marroni della Senna - appena ornata da un fiore di sangue alla tempia)...
Forse l'amore è nei ricordi inventati - l'arte non è forse ininterrotta fucina di ricordi falsi che riconosciamo come nostri? - , nelle volontà apparenti che nascondono altri desideri, nei moti apparenti che nascondono altre immobilità... Forse l'amore è nell'inspiegabile che continuiamo a cercare, con asprezza a olio, a tempera, a carboncino, sulle labbra di un altro, lo stesso...

Wednesday, June 22, 2005

DOVE STANNO LE PAROLE

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Interno, giorno. Anzi, interno di interni. L’openspace di un grande negozio di mobili: metri cubici di scenari di vita occidentale, tassonomie di esistenze metropolitane, scenografie applicate, copioni materiali da trascriversi attorno, in vetralluminio, policarbonato, perspex, castagno faggio o noce. O ciliegio, che però è rosso e stanca.
Me lo dice con disinvolta competenza il commesso, che però preferisce essere chiamato arredatore, e comunque di cognome fa Speranza, che mi sembra un buon segno.
Aggiusta con un tocco un libro finto, la contraffazione d’un Adelphi cilestrino poggiato su un mobile basso (di ciliegio), poi lo contempla soddisfatto, la testa piegata leggermente di lato. Inclino anche io il collo, e vedo quel che vede lui: un’esistenza perfetta, di libri essenziali a perpendicolo sul ciliegio.

Io devo comprare un regalo di nozze. E c’è quella cosa magica, la lista. Così ho il privilegio d’aggirarmi in anticipo tra gli scenari futuri della coppia felice. I loro ciliegi, i loro libri, il loro policarbonato. Il portacolazione adattabile a qualsiasi letto, le lampade anni Quaranta, i centrotavola pieni di rose del deserto. Un’abitazione moderna, dove terra aria acqua e fuoco sono opportunamente citati da sassi, legno, vetro e fossili. Speranza appare deliziato, e responsabile di almeno quarant’anni di felicità coniugale basata sulla condivisione degli oggetti. Mica poco.

Ovviamente mi piace una lampada. Una lampada signorina, di quelle sottili, che stanno negli angoli, fili di metallo che allargano acconciature squisite, di carta di riso, dove la luce è intensamente domestica ma conserva un’ambra d’altrove. Speranza mi spiega, con voce innamorata, che può andar bene in un’ambientazione moderna ma anche classica. E io che pensavo che servisse per evocare tutto il fuori quando ci si chiude dentro. Educatamente annuisco.

Vado a pagare, attraversando chilometri di salotti che sembrano cucine e cucine che sembrano librerie. L’acciaio brilla come argento, il legno si finge paglia, il cristallo imita il legno. Vorrei abitarle tutte - sospiro - quelle vite. Per fortuna Speranza non mi sente.

Devo lasciare un biglietto agli sposi, perché si usa così (che sarebbe brutale solo il regalo e l’importo segnato in fondo, in rosso). Speranza mi tende un cartoncino cremoso e una penna. Sudo freddo, poi caldo. Non mi viene in mente niente: quella penna è completamente vuota. Frugo nella borsa, e tiro fuori la mia. Una vecchissima biro con qualche pretesa, regalo d’un rappresentante di medicinali. Finalmente so cosa scrivere. Decisissima, con una scrittura di ciliegio tiro in ballo luce, casa e speranza. Speranza mi guarda, io sento di dovergli una spiegazione: “Le parole stanno dentro le penne”.
“Dentro le penne” ripete, quasi affascinato. No, proprio affascinato. Continua a dirsi sottovoce “dentro le penne” mentre manovra la tesserina del mio bancomat, e scrive la ricevuta.
Me ne vado in fretta. Mentre passo, sposto impercettibilmente il libro sul piano di ciliegio. Speranza non se ne accorge.

Ps: penso a LW e Player. Pregasi fornire link.


Monday, June 13, 2005

EMMENTHAL E INCOSCIENZA

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L’Autore Incosciente - da qui in poi AI per brevità e amor di sigla - è l’ultimo ritrovato della bloggologia. Un divenire – o un derivare – della letteratura, nel suo blobboso svolgersi per i declivi e le derive – qualcuno parla di piano inclinato, ma molto molto piano – della blogsfera. La quale blogsfera, somigliando essa stessa, più che a una sfera, a una bella forma di emmenthal, è dotata di comunicazioni cunicolari con se stessa, entrate e uscite e buchi che portano da tutte le parti e nessuna.

D’altronde, quando va in crisi la scienza figuriamoci l’onniscienza, che già da tempo era logorata e messa alle corde da stuoli di filosofanti e sicofanti e illuministi e intimisti e trombonisti (anche clarinettisti, a dire il vero) eccetera eccetera.

Suvvia, guardiamo in faccia l’irrealtà, generazione di grafomani che non siamo altro: non ce la possiamo permettere, l’onniscienza. Noi gestire un mondo intero? E quale mondo, poi? Chi ci crede più all’altro mondo, e soprattutto a questo?
Noi non riusciamo a dormire, e contiamo le pecore elettriche. Poi ci addormentiamo, e il nostro sonno genera ragioni incomprensibili (e ce le mostri, il cuore, le sue ragioni, che qua spadroneggiano ragioni epatiche e mesenteriche e persino pancreatiche: l’ipofisi stessa ha le sue ragioni che il cuore non riconosce, e talvolta nemmeno il sistema immunitario)(la scrittura in rete, dopotutto, è virale: vira di bordo a ogni ondata).
Ci capita di sognare archetipi da spiaggia, architravi e archipagliuzze che ci rendono ciechi.
Scriviamo per scrittura automatica o anche eteromatica (i più bravi), nella più piena, ma travagliata e non serena, incoscienza.

Non esistono scuole, qui (a parte HoldenLab, ovviamente: ma se questo referendum – come sembra – andrà a buca la clonazione sarà vietata per legge e amen). Non esistono torri d’avorio e nemmeno apprendistati. Qui si scrive immediatamente, in perfetta incoscienza.

Qui si scrive l’incoscienza. Che è quella regione imprecisata, tra l’inconscio e lo stomaco, tra i polpastrelli e il correttore automatico, tra outlook express e gli ultimi commenti. E il sonno della regione – si sa - genera testi.


Dedicato al lettore modello di !sacripenta, che cerca un AO in mezzo agli AI nel pagliaio.

Friday, June 03, 2005

BLOB



Che avanzava lungo la linea della collina, immenso, scivolando e strisciando, opaco e luminescente. Sembrava tutte le cose: teste d'uomo e di donna, musi d'animali, liane, strumenti, foglie e fiori si disegnavano di continuo sulla sua superficie mobile, instabile, pulsante. Allo stesso modo, faceva un verso - venendo giù, enorme incombente e sbilanciato sul suo centro cedevole - che era il rumore universale: quello che dio aveva sentito un attimo prima di separare i suoni e le forme.

Che forma ha il blog?
E non ditemi che ci sono blog puntuti e blog obesi, che lo so da me. Non ditemi che ci sono blog su lunghi trampoli, blog-palafitta, e blog canoa, accucciati nello spazio di prua, la testa contro la corrente, nemmeno fosse il canale della nascita, che lo so da me.
Non parlo delle forme del blog ma della sua forma.

Giocatore, qui, applica una sua tecnica di decimazione che è una moltiplicazione, un rasoio di Occam con il filo anche sul manico.
Effe, qui, dice che il blog è cantastorie, e il blog è quella modalità raccontata, cantata (raccantata?), illustrata, mimata e soprattutto esposta nella pubblica piazza, un po' effimera e un po' no, un po' mitologica e un po' quotidiana, un po' fantastica e un po' cruda.
Chissà dove, in blog laureati che io non frequento, diranno altro.

Il blog - io penso - è un blob della comunicazione: assorbe ogni cosa e cambia un poco la sua forma globosa (blogosa), infinitamente duttile, accogliente in un modo mostruoso. Così può somigliare a tutto, avere la voce di tutto, ma sempre con la sua opacità vagamente lattescente, il suo grattare sui solchi, i suoi fruscìi di fondo (i mostri, nei film degli anni Cinquanta,hanno sempre il respiro roco), il suo disturbo della linea, la sua approssimazione.
E sempre la sua argilla, o forse una forma biologica di pvc, o una forma sintetica d'anima, che mima con assoluta efficacia tutte le forme.

Saturday, May 21, 2005

SPAZZOLOGOS



Ha due nomi, opposti e paralleli.
Uno è greco di suono, una di quelle parole persuasive, che recano con sé tutto l’occorrente per essere comprese (grande lingua, il greco, dove le parole sono cose).
Uno è pedestre e quotidiano, una di quelle parole di necessità, giusto per controllare gli oggetti (sono le cose ad essere parole, talora: etichette che mettiamo sulle cose per addomesticarle, mentre sono le cose che addomesticano noi).
I due nomi non si somigliano per nulla. Uno è un concetto, uno è un attrezzo.

I due nomi sono "Callistemon" e "Spazzolino". L’oggetto che designano è una pianta, una brutta pianta coi fiori a scovolino, rossi, dai quali manca solo che penda un’etichetta di plastica, un logo moplen o pvc.
Ha foglie dure e riottose, il callistemon-spazzolino, fiori come spazzole fitte, rami pelosi. Un tenue, incongruo odore di limone ne completa la natura sospetta, artificiale. Viene dall’Australia, e si sta diffondendo – almeno qui alle mie latitudini – ovunque. Vedo i suoi brutti fiori citrigni e fasulli agitarsi – i rami sono raggiere rissose, divergenti – al limitare di aiuole e giardini, soppiantare con radici affamate la vecchia vegetazione mediterranea, le magnolie, i ficus preistorici, i pini marittimi dalla voce salina.

“Non sono, davvero, spazzolini?” dicono estasiati i proprietari di aiuole e giardini. E se producessero portacenere e scolapasta, magari d’un bel grigio metallizzato, sarebbero ancora più ammirevoli, immagino. Dunque, della pianta è la capacità d’essere altro, che si ammira. Callistemon è il suo essere spazzolino, prima che pianta.

Vivremo tra foreste d’attrezzi che si fanno concetti, o – peggio – concetti che si fanno attrezzi, e popolano i nostri giardini di brutte imitazioni, oggetti presunti, caricature?

Non sono, forse, le cose solo specchi per gli schemi che proiettiamo incessantemente su di esse, chiamandole concetti, attrezzi o spazzolini?
Cosa vediamo, in quegli specchi, affollati di spazzolini?

Sunday, May 15, 2005

VANIGLIA E LEGNO VERDE



Eh sì, è proprio estate. Nemmeno estate estate, ma quel bordo di primavera sfacciata.
In momenti così tendi l'orecchio e senti nettamente il rumore di macina della terra, e ti convinci in modo inequivocabile che il resto del mondo ha sedici anni.
Cominciano a sfolgorare proprio ora, in stagioni così smaglianti e imparzialmente azzurre, gli altri. Quelli nuovi di zecca. Ragazze a fiori, ragazze soavi coi riccioli sulla nuca, gli ombelichi rotondi, i malleoli puntuti, l'odore di vaniglia e legno verde.
Ragazzi aspri e vellutati, crudi d'adolescenza, d'energie recenti, meravigliose e poco calibrate.

Muovono smemoratezza, nell'aria. Talvolta agitano persino i fogli dei nostri vecchi album, i copioni dove sono catalogate minutamente mosse, intenzioni, sceneggiature. Una striscia di fianchi che s'intravvede, la linea d'una spalla, uno zigomo fanno giustizia di qualsiasi tesi.

Saturday, May 07, 2005

ALL'INDICE



Qui pullula di scrittori, e lettori (non necessariamente tutte e due le cose assieme, purtroppo). Tutti scrivono, scrivono, collaborano, editano, pubblicano, e tutti leggono, citano, recensiscono.
Io mi ritaglio un posto di nicchia. Io leggo gli indici.

Ogni volta che apro un libro, corro a vedere dov'è e com'è, l'indice. Chi lo mette avanti, te lo punta contro e tu alzi le braccia, perché non c'è scampo, devi arrenderti. Chi lo mette alla fine, quando tu riemergi a fatica, sudato e carico di mappe e cartografie che ti sei dovuto fare da solo, attraversando il deserto.
E' una visione del mondo, d'altronde. Indice recto o indice verso.

Ci sono indici scarni, indici beffardi (quelli che recitano: Capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3...), che sono un medio alzato nei confronti del lettore, in effetti.
Ci sono indici che bastano quelli, con l'eleganza delle traversine d'acciaio che scintillano sotto la pelle di cristallo dei grattacieli, a vista.
Ci sono indici che sono opere a parte - ah, quegli autori che danno titoli sterminati ai capitoli, narrazioni nella narrazione. Che sia quella, anzi, l'opera vera?

Ieri ho letto un libro, anzi un indice. Era perfetto, non credo che leggerò altro. Ve lo copio qui, così potete leggerlo anche voi, e meditare. Diventate lettori di indici, che a leggere tutta la mano si perde tempo e si prendono granchi.

STORIA SOCIALE DEGLI ODORI
di Alain Corbin

Prefazione

PARTE PRIMA
Rivoluzione percettiva ovvero l'odore sospetto
Capitolo I
L'aria e la minaccia putrida

Uno spaventoso brodo
Gli odori della corruzione

Capitolo II
I poli della vigilanza olfattiva

La terra e l'archeologia del miasma
La palude delle sanie

Capitolo III
Le emanazioni sociali

L'odore dei corpi
La gestione del desiderio e della repulsione
La sentina e gli odori della città malata

Capitolo IV
Ridefinire l'insopportabile

L'abbassamento delle soglie di tolleranza
L'antico alibi terapeutico
L'incriminazione del muschio
Il deprezzamento dell'aroma

Capitolo V
Il nuovo calcolo del piacere olfattivo

Il piacere e l'acqua di rose
Il profumo di Narciso

PARTE SECONDA
Purificare lo spazio pubblico

Capitolo I
Le strategie della deodorizzazione

Selciare. Drenare. Ventilare
Sfoltire. Disinfettare
I laboratori delle nuove strategie

Capitolo II
Gli odori e la fisiologia dell'ordine sociale

La breve età dell'oro dell'osmologia e le conseguenze della rivoluzione lavoiseriana
L'utilitarismo e gli odori dello spazio pubblico
La rivoluzione dei cloruri e il controllo dei flussi

Capitolo III
La politica e le nocività

L'elaborazione del codice e il primato dell'olfatto
L'apprendistato della tolleranza

PARTE TERZA
Odori, simboli e rappresentazioni sociali

Cabanis e il senso delle affinità

Capitolo I
Il puzzo del povero

Le secrezioni della miseria
La gabbia e la tana
Sgrommare il miserabile

Capitolo II
"Il fiato della classe"

La fobia dell'asfissia e l'odore ereditario
Le esigenze degli igienisti e la nuova sensibilità
I gesti e le norme

Capitolo III
I profumi dell'intimità

"La pulizia perseverante"
Il sapiente calcolo dei messaggi corporei
Le brevi oscillazioni della storia della profumeria

Capitolo IV
L'ebbrezza e il flacone

Il respiro del tempo
Il turibolo dell'alcova
Una nuova gestione dei ritmi del desiderio

Capitolo V
"Risate in sudore"

La difficile battaglia contro l'escremento
Due concezioni dell'aria
Le virtù della sporcizia
Il libertinaggio del naso

Finale
"Gli odori di Parigi"

Il declino delle mitologie prepasteuriane
Il circuito ermetico o il torrente
Il ristagno o la diluizione
Epilogo


Non so voi, ma a me piacciono immensamente la rivoluzione dei cloruri, l'incriminazione del muschio e il libertinaggio del naso. E poi ditemi: non è letteratura, questa?